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MISE EN ABYME – HEAVY METAL HEAVEN

MISE EN ABYME – HEAVY METAL HEAVEN

Lady Reaper

giugno 11th, 2018

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Lady Reaper – Mise En Abyme (2018)

Per chi ha fretta:
Rispetto all’hard ‘n’ heavy del loro mini album omonimo (2015), i romani Lady Reaper hanno fatto un grande balzo stilistico col loro nuovo full-lenght Mise En Abyme (2018). Se la base rimane heavy metal, la band ha aggiunto idee moderne, tastiere e influssi che vanno dal doom al symphonic – seppur rimanga heavy al cento percento e non sfori in altri generi. È un genere che osa parecchio, ma rende grazie anche a particolari riusciti come un bel taglio teatrale – che ben supporta il concept “ottocentesco” dell’album – e un buon songwriting.  Purtroppo però ci sono anche dei difetti, che limitano un po’ l’album: vanno  da una registrazione un po’ piatta a, soprattutto, la dimestichezza non perfetta del gruppo col nuovo stile, che lo suona un po’ immaturo. Anche la scaletta ha qualche sbavatura: ci sono tanti buoni pezzi – tra cui spiccano la dinamica Another Me, la delicata Fragments, la divertente Stop the Mops e la splendida suite Mr. Nick Diabolical Bets – ma mancano quelle hit assolute che avrebbero potuto fare la differenza. Anche così però Mise En Abyme rimane un buonissimo album, forse non per tutti ma godibile per chi cerca l’originalità; il meglio è però che i Lady Reaper sembrano avere grandi potenzialità in prospettiva futura!

La recensione completa:
È una realtà nota a tutti: quello del metal è un mondo conservatore, poco propenso verso le novità. Ne consegue che allinearsi a coordinate già note per un gruppo è più facile che suonare qualcosa di personale: dal mio punto di vista è un po’ triste, visto che in fondo il metal è nato non dal nulla ma grazie agli esperimenti pionieri del genere. Per fortuna però c’è chi ha lo stesso il coraggio di provarci: è il caso dei romani Lady Reaper. Li avevo già conosciuti nel 2015, quando mi ero imbattuto nel loro mini-album omonimo: avevo trovato un disco divertente e sopra alla media ma non originalissimo, col suo hard ‘n’ heavy classico di stampo anni ottanta. Nei tre anni passati da allora, i Lady Reaper non sono rimasti con le mani in mano: hanno continuato a lavorare, e lo scorso 27 aprile hanno pubblicato il loro primo vero full-length, Mise En Abyme. Si tratta di un album che rappresenta una grossa svolta stilistica: rispetto a Lady Reaper, il genere dei capitolini è cambiato in maniera radicale. Se la base rimane sempre heavy metal, con elementi ancora tradizionali, il gruppo gli ha infuso stavolta un suono moderno, e non solo: sono presenti molti elementi estranei a questo genere. Si va da passaggi sinfonici alle onnipresenti tastiere, da qualche residuo degli influssi hard rock precedenti a riff vicini addirittura al doom, passando per un comparto melodico vario e spesso ricercato. Il tutto è impostato dai Lady Reaper senza penetrare in territori power e prog – se non per qualche rara incursione: Mise En Abyme rimane un album heavy  metal al cento percento. Ma è un heavy personale, coraggioso, che osa e sperimenta: è questo il punto di forza migliore dei capitolini, insieme a un buon songwriting, vario e giusto un pelo omogeneo, e a una bella impostazione teatrale. Oltre a rendere Mise En Abyme anche più originale, è molto adatto a sostenere il suo concept, che lega i testi di tutte le canzoni alle suggestioni della letteratura ottocentesca. Ci sarebbero tutti gli elementi per parlare di un capolavoro, e in effetti credo che i Lady Reaper potessero anche raggiungerlo; purtroppo però l’album soffre di una serie di difetti che lo limitano un po’. Quello che salta di più agli occhi è la registrazione: Mise En Abyme suona un po’ piatto, ed è abbastanza castrante, vista anche la nuova dimensione ricercata dei romani. In più, la scaletta ha parecchi brani buoni, ma le mancano quel paio di pezzi eccezionali che possono fare la differenza e portare un disco al capolavoro. Unendo a questo diverse sbavature, Mise En Abyme dà una certa idea di immaturità: è come se i Lady Reaper ancora debbano affinare bene e abituarsi al loro nuovo genere. Il loro potenziale maggiore è in prospettiva futura: anche nel presente però abbiamo un album buono e sopra alla media, di cui in fondo ci si può anche accontentare.

Si parte da To the Abyss, preludio che ci porta all’interno di un teatro: all’inizio su dei delicati arpeggi, è la voce di un presentatore che ci introduce allo “spettacolo”, subito seguita da quella di Simone “Oz” Calderoni. Il cantante dei Lady Reaper in pratica introduce la filosofia del concept  e della musica di Mise En Abyme, su una base delicata ma che si fa sempre più oscura, prima di una breve frazione potente e lenta. È il perfetto preludio per The Eternal Carnival, che entra poi in scena lenta e tranquilla, con un riff di base dalle suggestioni quasi hard rock anni settanta. Poi però la traccia svolta d’improvviso su una base più movimentata, col riffage moderno di Federico “Red” Arzeni Stefano “Jekyll” Coggiatti, potente ma anche con un sottinteso oscuro. Anche questo è però destinato a evolversi: pian piano spuntano frazioni più lente ed espanse, che a volte separano semplicemente due strofe, mentre altrove introducono ritornelli più calmi, malinconici, ma con un velo di cupezza ancora presente. Nessuna di queste tre parti è negativa presa a sé, ma l’unione è un po’ spigolosa, poco coesa, e a tratti il pezzo dà l’idea di essere troppo ambizioso, un esperimento non riuscito del tutto. Anche così, rimane piacevole, specie in passaggi di alto livello come i già citati chorus, il bell’assolo al centro o l’ipnotico finale; per quanto mi riguarda, però, è addirittura il meno bello del disco che apre, nonché un avvio un po’ spiazzante. Con la successiva Abracadabra, i toni tornano espansi e morbidi: sin dall’inizio abbiamo un pezzo mogio, con un lieve arpeggio, tastiere quasi ambient e i sussurri del frontman che si intrecciano in un affresco onirico. All’inizio è una norma caotica ma avvolgente; poi però il tutto trova un ordine e un ritmo e si fa ancora più incisivo, con l’atmosfera al tempo stesso delicata, teatrale e con un vago eco di cupezza e di malvagità. È il preludio all’esplosione vera e proprio del brano, che da qui torna a una norma metal vorticosa ancora un po’ cupa, ma in cui domina una certa malinconia all’inizio – ma poi il tutto diventa rutilante. Il risultato è una breve ma ottima progressione strumentale che alla fine sembra un po’ incompleta nei suoi tre minuti scarsi, ma a parte questo colpisce bene: nonostante la brevità, sa come intrattenere!

Another Me prende vita da una breve frazione cupa, tenebrosa, con di nuovo un influsso doom nel riffage, stavolta più che vago. In breve però il pezzo svolta su una norma più veloce, dinamica: il ritmo impostato dal batterista Berardo “Bear” Di Mattia, per quanto non velocissimo, è sempre coinvolgente. Il vero capolavoro sono però i riff di Arzeni e Coggiatti al di sopra – ben accompagnati anche dal basso di Gabriele “Gimi” Grippa: sempre in movimento, pieni di cambi repentini, riescono a creare un bel continuum, molto incalzante. Questa progressione crea una tensione che si accumula a lungo, per poi sfogarsi nei ritornelli: più calmi, eterei, con un bel tappeto di tastiere sinfoniche sotto alla voce graffiante ma melodica di Calderoni, riescono a evocare un bel pathos decadente. Buona anche la parte centrale, intricata ma molto godibile, tra un bell’assolo, un momento che riprende la norma dei refrain con un piglio quasi poetico, delicato, e tante bei passaggi melodici; ottimo anche il finale, che torna a toni oscuri e vagamente doom. È un altro bell’elemento per una traccia di ottimo livello, uno dei pezzi migliori di tutto Mise En Abyme! Arriva quindi il turno di Fragments: si stacca dall’outro precedente e all’inizio è molto calma, con solo la chitarra pulita – a cui si affianca poi un lead malinconico. Questa impostazione conduce a un’esplosione di potenza che però rimane contenuta: non solo è melodiosa, ma è anche breve. È un bel preambolo per un pezzo che poi si muove sulle stesse coordinate: le strofe sono leggere, con a tratti solo la sezione ritmica e crepuscolari tastiere sinfoniche – altrove invece si aggiungono anche i lead già sentiti prima. Pian piano però la falsariga sale, e dopo bridge distorti ma rarefatti entrano in scena ritornelli più potenti. Anche essi però mantengono una forte nostalgia e toni melodici: con chitarre pulite e distorte che si intrecciano, fraseggi delicati ovunque e anche la voce mogia del frontman, l’aura è calma e malinconica, più che di impatto. A questa impostazione si conformano anche il passaggio centrale, con un assolo lento e infelice, e la frazione successiva, con la voce delicata dell’ospite Kate “Hekátē” Sale degli Wait Hell in Pain: è un buon preludio al finale, con un chorus ancora più intenso. Nel complesso, abbiamo una traccia che compensa alla grande la mancanza di potenza con la sua profondità emotiva, il che la rende ottima, poco distante dalle migliori del disco!

Anche Buried in My Dreams si apre con un placido arpeggio di chitarra pulita, ma stavolta è un falso preludio, perché poi all’improvviso esplode una fuga. È una frazione che torna ogni tanto lungo la traccia, col suo riff roccioso dal piglio speed metal, arricchito però da tastiere espanse ed eteree e da alcuni validi abbellimenti di chitarra: entrambe le danno un po’ di espressività in più. Il resto del pezzo è diviso tra strofe molto più da heavy classico – seppur con una nota strana, crepuscolare, persino di vaga allucinazione a tratti – e alcuni stacchi, a volte tecnici e intricati, di marchio prog, altrove invece più cupi, moderni e quasi groove metal. Questa progressione zigzaga per un po’, per poi rallentare per ritornelli che lasciano i toni più vorticosi del resto per divenire lenti, intensi, con in evidenza le melodie delle chitarre. A volte sono strumentali, altrove invece sono cantati da Calderoni, che dà loro un po’ più di profondità emotiva e un tono decadente. Ma vale lo stesso anche per il resto: nonostante la complessità, che porta il brano a cambiare spesso volto, il tutto funziona bene, specie per quanto riguarda l’atmosfera, e non risulta mai spigoloso o scollato. Nemmeno la cavalcata centrale a metà tra sonorità maideniane e la cupezza dei Death SS o il momento cadenzato e teatrale sulla tre quarti stonano in un pezzo complicato ma ben scritto. Non sarà tra i migliori di Mise En Abyme – anche per colpa di una certa mancanza di mordente qua e là – ma è buonissimo, e di sicuro qui non sfigura! La seguente Stop the Mops lascia l’anima crepuscolare già sentita fin’ora per qualcosa di più scanzonato e divertente, che riprende la maggior parte dei toni hard rock sentiti nell’EP precedente. Abbiamo così un brano scanzonato e rockeggiante sin dall’inizio, per poi incanalarsi in qualcosa che può sembrare classico: di sicuro lo sono le strofe, stradaiole e senza grandi fronzoli. La struttura però è un po’ diversa da quella tradizionale: al posto dei ritornelli veri e propri hanno posto frazioni diverse, che o rallentano e si fanno più aperte, melodiche, o rendono più ritmata la norma principale. La vera sorpresa i Lady Reaper la lasciano però per il centro, quando dopo un assolo più classico, il pezzo si spegne all’improvviso: sembra finita, ma poi la musica resuscita e riprende la celebre melodia dell’Apprendista Stregone di Dukas. È un gran bell’intermezzo, oscuro ma che non stona all’interno di una canzone del genere; forse però il migliore è il finale, che riprende la norma in maniera più energica, anthemica, scatenata. È un passaggio davvero divertente per un brano grandioso, uno dei migliori in assoluto del disco!

Di solito, se con generi come power e progressive si riesce a creare brani interessanti da un quarto d’ora, facendolo con l’heavy metal è facile annoiare. Ma i Lady Reaper riescono a evitarlo con Mr. Nick Diabolical Bets, che all’inizio se la prende molto con calma: parte da un intro placido, che però ne preannuncia già la natura istrionica e teatrale. Il voltaggio poi comincia a salire, ma siamo ancora nel preludio: passaggi più tesi si alternano con altri più espansi, spesso con influssi orchestrali. Solo dopo quasi due minuti i Lady Reaper entrano nel vivo e mostrano subito la melodia caratteristica del pezzo. È quella che regge i ritornelli, catchy e di buona potenza, ma anche molto melodici, al tempo stesso liberatori e con una vaga malinconia di sottofondo. Il resto è invece più cupo, con frazioni veloci e potenti, aggressive anche quando entrano influssi hard rock, e altre più d’atmosfera cupa, anche per merito del frequente intervento di tastiere spaziali. Questa progressione va avanti all’incirca fino a metà con una certa urgenza, ma poi il tutto si spegne: è l’inizio della frazione che mostra meglio di tutte l’eclettismo del nuovo suono dei romani. Da una frazione calma, con lontani cori e una chitarra pulita, ne emerge così una in shuffle, che ricorda quasi il blues e lo swing più sporchi – non fosse per il riffage, di gran potenza. Contribuiscono all’effetto anche le varie voci che accompagnano Calderoni, l’intervento della tastiere e la tromba dell’ospite Davide Simoncini. Proprio quest’ultima accompagna questo lungo sfogo finché non si spegne in una coda espansa, di ambient spaziale. Ma non è ancora la fine: compare presto un assolo di chitarra lento, lontano, calmo, a tratti dissonante, ma con un bel pathos. Da qui, la musica torna a crescere, sempre più potente fino al finale: un refrain ancor più avvolgente, più sentito, che chiude alla grande un pezzo splendido. Non solo è tra i migliori dell’album, ma col suo eclettismo è anche la direzione che mi piacerebbe i Lady Reaper prendessero seguire in futuro. Mise En Abyme si conclude quindi con Headless Ride, che di nuovo se la prende comoda, con un intro tranquillo e calmo, mogio, con la tastiera e una chitarra pulita appena udibile. Quando entra nel vivo però comincia a martellare subito, con prima un riffage cupo, seguito poi da una norma quadrata, aggressiva, macinante e addirittura con un tocco estremo. È un’influenza che torna poi con le strofe, che perdono un po’ di impatto ma guadagnano in dinamismo, con la loro impostazione veloce, quasi frenetica a tratti. Rapidi sono anche i chorus, leggermente più rallentati ma energici e animati: riescono sia a suonare graffianti che a catturare con le loro melodie. Buona anche la parte centrale, tortuosa come da norma della band, passando da sezioni semplici e classiche ad altre più oblique, strane, contorte, che però si intersecano alla grande col resto. Il passaggio che spicca di più è però il finale: sembra tutto finito, la musica è spenta, ma poi un arpeggio di chitarra introduce un breve outro, che riprende la celebre Nell’antro del Re della Montagna di Grieg – prima sempre in pulito, poi con sempre più potenza metal. È un finale strano ma ci sta, visto la particolarità dell’album sentito fin’ora: si rivela insomma un bel sigillo per una traccia non eccezionale ma che non sfigura.

Per concludere, nonostante i suoi piccoli problemi Mise En Abyme è un buonissimo album, originale, fresco e divertente. Non è forse un prodotto per tutti: di sicuro è difficile che possa essere apprezzato chi ama solo il tradizionale heavy metal anni ottanta e snobba qualsiasi innovazione. Ma se al contrario apprezzi le novità e sei stufo dei soliti cliché dell’heavy classico triti e ritriti, ti consiglio di dargli una possibilità, o meglio più di una: non è un album immediato, e rivela tutta la sua bontà solo dopo ripetuti ascolti. Per quanto riguarda invece i Lady Reaper, la mia idea è che se continueranno su questa linea stilistica, con le prossime mosse discografiche potranno fare molto di meglio. Per quanto mi riguarda, spero che lo facciano: se non vuole diventare una riproposizione sterile degli stessi stereotipi, il metal ha bisogno di band come i romani, magari neanche innovative ma che almeno riescano a dare qualcosa di personale.

Voto: 81/100

 

Mattia

Tracklist:

  1. To the Abyss – 01:41
  2. The Ethernal Carnival – 04:30
  3. Abracadabra – 02:54
  4. Another Me – 05:11
  5. Fragments – 06:02
  6. Buried in My Dreams – 07:14
  7. Stop the Mops  05:13
  8. Mr. Nick Diabolical Bets – 12:23
  9. Headless Ride – 8:52

Durata totale: 54:04

Lineup:

  • Simone “Oz” Calderoni – voce
  • Federico “Red” Arzeni – chitarra
  • Stefano “Jekyll” Cogiatti – chitarra e tastiere
  • Gabriele “Gimi” Grippa – chitarra acustica, tastiere e basso
  • Berardo “Bear” Di Mattia – batteria

Genere: heavy metal

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